Il valore degli scarti

Abbiamo tutti, chi più chi meno, da qualche giorno pagato la tassa comunale sui rifiuti (nuova sigla TARI … se non mi sono perso qualche passaggio!). Nessuno è sfuggito alla tagliola: privati cittadini, società, industrie, liberi professionisti, enti pubblici ecc. Forse mai, come in quest’occasione, tutti ci siamo resi conto del “valore” dei rifiuti. Non v’è dubbio che il problema è molto complesso, addirittura cosmico! Qualche anno fa il responsabile NASA dell’osservazione degli “orbital debris” (cioè i vari oggetti, per la maggior parte rottami, che ruotano intorno alla Terra) Nicholas L. Johnson ha dichiarato: «La spazzatura cosmica ha raggiunto un livello pericoloso. Ora numerosi satelliti, i viaggi dello shuttle e le stazione spaziali sono seriamente minacciati». La spazzatura spaziale è costituita da circa 3000 satelliti, in gran parte inattivi. Ma anche dai milioni di oggetti (generati in gran parte dalle missioni precedenti e da incidenti cosmici) dalle dimensioni di pochi centimetri: considerando che la loro velocità può superare i 50 chilometri al secondo non ci stupisce apprendere che più di una volta si sono dovuti sostituire i finestrini dello shuttle! Si parla di costruire dei veicoli robotizzati per raccogliere i rottami avvicinandoli alla Terra e favorire il loro annichilimento. Ma finora niente di concreto. Sicuramente qualcuno penserà di applicare anche per loro la TARI! Tornando sulla terra, si ritiene che la soluzione, seppur parziale, si basi su concetti quali: raccolta differenziata, termovalorizzatori, discariche controllate ecc. Ma anche su questo vi sono differenti punti di vista, tanto è vero che gli stessi termovalorizzatori, da molti considerati un rimedio al problema, sono ritenuti da altri studiosi (per esempio dal Dr. Paul Connett, professore di Chimica alla St Lawrence University nello stato di New York) come sistemi con tre “I”: Inefficaci, Inquinanti, Insalubri. Non sono un esperto del settore per fare valutazioni, tuttavia davanti a queste opinioni diametralmente opposte qualche dubbio sorge! Una soluzione ancora più drastica sarebbe quella di non produrre rifiuti, evidentemente non ci sarebbe il problema del loro smaltimento (sembra l’uovo di Colombo!). Esiste una “filosofia” applicabile alla nostra vita quotidiana ma anche alla produzione industriale, che afferma questo. È nota a livello internazionale come “zero waste” (zero rifiuti). L’assioma su cui si basa fu stilato dal primo sostenitore dell’idea, il Prof. Barry Commoner, biologo, professore alla City University of New York, «… se un prodotto non ha altri impieghi oltre a quello iniziale, allora non dove essere realizzato, in sintesi se non può essere ridotto, riusato, riparato, ricostruito, riattato, rivenduto, riciclato o biodegradato, allora dovrà essere ristretto, ridisegnato o rimosso dalla produzione…». Dunque il rifiuto non deve essere considerato una conseguenza inevitabile della produzione ma qualcosa assolutamente da evitare. La metodologia afferma che tutte le inefficienze produttive devono essere rimosse (fin qui niente di nuovo). La particolarità della tecnica “zero waste” è che vengono incluse nelle inefficienze (e quindi sono da rimuovere) anche i rifiuti di ogni tipo: i classici di tipo solido o umido ma anche le emissione in ambiente, gli “scarti” energetici ecc. Non è un’utopia. Esistono già concreti casi industriali di multinazionali che hanno iniziato ad applicarlo (il percorso sarà inevitabilmente molto lungo). Nel mondo, Nuova Zelanda, Australia, Canada, USA, esistono numerosissime città che adottano tecniche riconducibili allo “zero waste”. Anche in Italia qualcosa si sta muovendo, sono ben 200 i comuni che si sono orientati verso la “zero waste” nella generazione e gestione dei rifiuti. Ovviamente, in quest’ottica, anche tutte le navicelle spaziali e i satelliti dovrebbero essere riprogettati! Qualche esempio nel campo delle lavorazione della lamiera? Un utile dai nostri “rifiuti” può arrivare attraverso lo sfruttamento ottimale degli sfridi di lavorazione, innanzitutto riducendoli al minimo (in questo siamo già bravi!) ma anche impostando un adeguato sistema di raccolta e utilizzando, durante le lavorazioni, dei fluidi lubrorefrigeranti che ne permettano l’immediata rifusione senza costosi lavaggi, così da trasformarli da “rifiuti” inutili in utile materia prima. Lo “zero waste” può essere considerato un tassello della più ampia problematica della “produzione sostenibile”, sicuramente tra i più importanti e, a mio avviso, tra i più promettenti (prevenire è meglio che curare!). Ma voi lettori cosa ne pensate?

di Giancarlo Maccarini

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