Speculatori in ritirata
Gioie e dolori. Se da una parte non si riesce a capire come sul prezzo del petrolio, per esempio, a fronte di 19 dollari per l’estrazione lo si venda a 97 (questa è la dimensione della speculazione sulle materie prime, con punte ancora più elevate per rame e alcuni alimentari) c’è anche da riconoscere come l’economia mondiale stia rallentando. Che la festa sia finita? (the party is over, si disse al Congresso americano all’alba della grande crisi del 2008) In realtà c’è stato un eccesso di trionfalismo al primo accenno di miglioramento dei dati macroeconomici. In realtà non è ancora possibile affermare che “il peggio sia passato” o che si stia andando, senza ombra di dubbio, verso una risoluzione definitiva, perché questo non è vero. Il motivo per cui queste note sono scritte, non è di “fare i pessimisti”, ma per puntare su un altro ragionamento: se la speculazione (che è umanamente povera, ma non stupida) si ritira, vuol dire che ha fiutato il cambio di direzione dei mercati. Mi spiego meglio. Ciò che i notiziari economici iniziano adesso a registrare e diffondere al grande pubblico, è stato probabilmente capito dagli speculatori allorché hanno iniziato a monetizzare le posizioni. Pare anche che qualche grande fondo speculativo stia saltando con colossali perdite, avendo scioccamente puntato solo al rialzo dei prezzi delle materie prime. Ebbene, quando è la stessa speculazione a ritirarsi dal mercato, allora la correzione dei prezzi non è più una giusta fase di riequilibrio tra crescita e discesa, ma una modifica del trend. Il guaio è che dal meramente finanziario (il gioco speculativo dove si rischia di perdere l’azienda) si passa direttamente al produttivo in ambito industriale, ricreando le note condizioni di contrazione della spesa sul mercato interno, quindi degli ordini da parte delle imprese e infine calo dell’occupazione. Una dinamica di questo tipo è in grado di trasformare la povertà in miseria, anche se sembra che nessuno se ne accorga.
Alcune correzioni sono state anticipare già in aprile
La più generale correzione su tutte le materie prime è iniziata nel corso del mese di aprile manifestandosi sul rottame in tutta Europa. In base al bollettino di maggio di Eurofer, il prezzo medio del rottame in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito è calato in aprile in un range compreso tra il 3,8% e il 6%. La tipologia scesa maggiormente è il frantumato, mentre le cadute nuove cedono meno del 4%. Infine per le demolizioni il calo è appena del 4,5%.
Il problema dei cali di prezzo
Se uno sgonfiamento dei prezzi è un segnale di buona salute dell’economia, che si sgrava dalle metastasi della speculazione, c’è da rilevare chi, incautamente, ha riempito i magazzini dovendo ora sopportare una dura perdita di prezzo. Al di là della riserva strategica, va sottolineato come da mesi questa rubrica, inviti gli operatori a comprare solo sul venduto o a mantenersi il più possibile leggeri. Chi ha seguito questi consigli, oggi sopporta contraccolpi minimi, ma al contrario, lo speculatore classico rischia di cessare l’attività, contribuendo a una contrazione nel numero delle imprese attive in questo campo.
Quant’è difficile interpretare i dati tendenziali dal mercato USA
Cercare di comprendere cosa stia accadendo negli USA, non risponde a un puro esercizio didattico, ma è funzionale alla previsione di come si potrebbe comportare il mercato europeo, pur al netto di tutte le sue specificità. Si ritiene che la domanda d’acciaio sul mercato statunitense aumenterà del 14% nel corso del 2011. L’affermazione proviene da un’intervista rilasciata dall’amministratore delegato del gruppo Nucor il signor Daniel DiMicco e presidente dell’American Iron and Steel Institute. La previsione si articola su un’idea intorno ai 95 milioni di tonnellate come richiesta americana d’acciaio, pur in presenza di un settore edile ancora in crisi e tale dovrebbe restare fino al 2012. L’aumento della domanda nel comparto siderurgico e sul piano più articolato dell’economia nazionale, dovrebbe portare a 3 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni, con in particolare il settore energetico nel ruolo di punta. Le preoccupazioni invece sono tutte legate al commercio con le importazioni d’acciaio negli Stati Uniti, salite al livello più alto dal gennaio 2009 il che taglia le gambe ai produttori locali. Il problema dell’import non è solo americano.
Il bilancio sulla produzione di acciaio
La produzione mondiale di acciaio grezzo nel 2010 è stata di 1.414 milioni di tonnellate, con una crescita del 15% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un record per la produzione globale in questo settore, dovuto a un rimbalzo dall’acuta crisi del 2009. La crescita più forte della produzione si è registrata nel Nord America (+35,7%) ma questo ha consentito di recuperare soltanto il 70% del calo avuto nel 2009. L’Unione Europea ha ottenuto il secondo incremento più consistente (+24,6%) ma anche in questo caso si è recuperato, solo in parte il calo di produzione dell’anno precedente (neanche il 60%) per cui la produzione del 2010 è rimasta di 17,5 punti sotto il livello pre-crisi. La produzione asiatica è aumentata soltanto dell’11,6%, ma nel 2009 non aveva subito alcun decremento. Tant’è che il volume di acciaio prodotto nel 2010 è ben 19 punti percentuali superiore a quello del periodo pre-crisi. All’interno di quest’area, Cina e India sono i paesi che sono cresciuti di meno nel 2010 (rispettivamente + 9,3% e +6,4%), ma entrambi sono abbondantemente sopra i livelli di produzione pre-crisi: +28,1% la Cina e +24,8% l’India. In Europa, la Germania ha registrato il maggior incremento della produzione d’acciaio nel 2010 (+34,1%) ma è rimasta quasi dieci punti sotto il livello pre-crisi. L’Italia ha riportato il secondo maggior aumento (+29,7%), ma la produzione è rimasta oltre 18 punti sotto il livello pre-crisi.
I rischi per l’industria siderurgica italiana dalla crisi del mondo arabo
L’Italia sta pagando il prezzo più alto rispetto gli altri paesi della UE, avendo con l’area maghrebina un interscambio commerciale di quasi 37 miliardi di euro l’anno, nonché stretti legami nel turismo e in diversi settori produttivi, tra cui l’agro-alimentare, l’industria estrattiva e delle costruzioni. Il nostro paese è il secondo partner economico a livello mondiale nel Maghreb. Nel 2010 l’interscambio commerciale tra l’Italia e l’Algeria, l’Egitto, la Libia, il Marocco e la Tunisia, è stato di 36,9 miliardi di euro, il 74,5% in più rispetto all’inizio del decennio. In particolare, le esportazioni hanno raggiunto i 13 miliardi di euro (+114,1% rispetto al 2000), mentre le importazioni si sono attestate a 23,9 miliardi di euro (+58,6%). Il deficit italiano è dovuto alle importazioni di gas e petrolio dall’Algeria e dalla Libia; con l’Egitto, il Marocco e la Tunisia il saldo commerciale era positivo per 2,9 miliardi di euro. Specificatamente la siderurgia è uno dei settori dell’industria italiana più esposti verso i paesi del nord Africa. Nel 2010 le esportazioni di prodotti siderurgici, hanno raggiunto un valore di 789,2 milioni di euro (1 milione e 132 mila tonnellate) pari al 5,4% del totale delle vendite all’estero delle imprese siderurgiche italiane. La crisi di questi paesi rischia di ridimensionare ulteriormente uno dei mercati più dinamici e promettenti per la nostra industria siderurgica, già pesantemente debilitato dalla crisi. Va rilevato che tra il 2000 e il 2008 le esportazioni di prodotti siderurgici, verso l’Egitto e i paesi del Maghreb sono cresciute 5 volte sia in valore (da 304,a a 1.550,5 milioni di euro) che quantità (da 431.911 a 2.147.854 tonnellate). Va ricordato come già nel 2009, per effetto della crisi, le esportazioni si siano ridotte del 42,8% Nel 2010 c’è stato un ulteriore calo dell’11% portando il decremento, rispetto alla situazione pre-crisi, al 49,1%.





