Le cose che ancora non si possono dire
Esisteva un mondo prima del 2000 che oggi, undici anni dopo, non c’è più. Al di là delle argomentazioni “tra vecchi” dove il passato è meglio del presente, questi 10 anni hanno cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Elencare ogni passaggio del decennio, scolpito dentro di noi è un’opera titanica, ma uno o due argomenti vanno approfonditi: la globalizzazione e la moneta unica, per cui oggi si sta peggio rispetto a 10 anni fa. Infatti:
- c’è un diverso modo di lavorare (l’incertezza regna sovrana);
-una maggiore conflittualità tra le persone (la gente litiga ma non ragiona);
-una moneta (quella unica) che ha di fatto dimezzato i redditi e raddoppiato i prezzi;
- un’invasione di beni a basso prezzo (e qualità) dai paesi emergenti;
-la delocalizzazione di attività produttive che sarebbero dovute restare nel nostro paese per servire questo mercato, oggi sono state trasferite all’estero solo per lucrare sulla differenza di salari, ufficializzando il tutto come presidio su nuovi mercati emergenti.
In effetti queste affermazioni sono molto "rigide" e non comprendono una marea d’eccezioni, ma quando c’è crisi serve chiarezza, procedendo per «grandi vie». Infatti una delle caratteristiche della crisi è la confusione, senza sapere cosa fare e dire. Per esempio, per chi sta annegando, la differenza è tra la vita e la morte non tra soluzioni intermedie. Qui si tocca «il grande problema di oggi». Stiamo vivendo, in particolare dal 2000 per vie intermedie, che non sono né bianche o nere, ma di un grigio e anonimo. Anche politicamente ai tempi di Don Camillo e Peppone c’era la DC e il PCI. Oggi viviamo nella "terra di mezzo"; non siamo né carne né pesce. Queste parole non servono per celebrare il canto del cigno, ma aprono diversi aspetti che sono:
-sul piano personale la gente è confusa «dentro». Questa non certezza si riversa nei rapporti personali e quindi di coppia, aprendo a troppe «vie intermedie», tali da perdere quella certa e unica che consente di morire di vecchiaia insieme;
-sul versante lavorativo, l’incertezza personale, che si rivela anche come basso profilo culturale, si traduce in una produttività scadente in ambito aziendale, disaffezione al lavoro, assenza d’innovazione tecnologica, alta conflittualità;
-in ambito di sistema produttivo le aziende che operano solo sul mercato nazionale (la schiacciante maggioranza) soffrono l’altra disoccupazione e quindi il drastico calo di acquisti, da parte di una clientela che nutre dubbi sul futuro.
Perché è accaduto tutto questo? Una risposta che si sta facendo sempre più nitida nella mente di tutti, assume il contorno di un nome ben preciso: la globalizzazione. La globalizzazione è stato un evento sbagliato come la moneta unica. Se possiamo essere in accordo su questi punti, ora la domanda è cosa fare? Combatterli non ha senso perché stanno morendo da sé in quanto imperfetti. Infatti negli USA è iniziato un forte processo di ritorno delle imprese dalla Cina, Brasile, India in quelle aree più afflitte dalla disoccupazione. Più nel dettaglio, rivolgendosi alle imprese, vanno svolti alcuni ragionamenti. La globalizzazione è nata nel 2000 perché i costi di produzione erano eccessivi. Oggi, imparata la lezione, resta sul mercato chi sa offrire più scelte sullo stesso articolo, coprendo contemporaneamente diverse fasce di prezzo e qualità. Sarà il consumatore a scegliere. Sicuramente l’impresa italiana che sa offrire «made in Italy» a prezzi competitivi, può restare sul mercato nazionale con proficuo. I prezzi cinesi, come quelli emergenti, rispecchiano il loro livello di civiltà che non è il nostro. Questo concetto nessuna impresa italiana sa spiegarlo con efficacia nella pubblicità tranne che nella moda. Una delle prime regole di marketing afferma: si compra ciò che si capisce. Ora la domanda è: le nostre imprese sanno spiegarsi? In linea di massima pare di no. Le aziende che leggono «Lamiera» sono in genere troppo piccole, poco dotate di politica del personale e commerciale, hanno un ridotto numero di agenti e agiscono quasi solo in Italia. Sono tutti aspetti critici. Al contrario necessita un «risorgimento», per cui tramite contratti in rete, partecipazioni alle fiere internazionali, pubblicità mirata, uso della stampa specialistica e un modo più partecipativo di lavorare in azienda, si possa spiegare al mercato nazionale cosa si sa fare. Auguriamoci buona fortuna.
Giovanni Carlini, sociologo economista





