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Il male peggiore: la voglia di farla finita

L’attuale “nuova” incertezza del momento economico, tradendo le aspettative degli imprenditori, porta con sé un peggioramento della loro capacità di reazione. In una parola ci si deprime. Quanto qui scritto apparirà freddo e schematico, ma nei momenti più difficili, “la passione è pericolosa” mentre, al contrario, è saggio farsi aiutare da chi sa essere umano, ma razionale.

La ricaduta dell’economi porta con sé un dramma che si acutizza. La sofferenza degli imprenditori a volte, per scoraggiamento e disperazione, porta a pensare al suicidio, perché schiacciati tra un fatturato in discesa, conti critici e rigidità da parte delle banche. Sembrerà strano (finchè non vissuto in prima persona) ma ci sono anche questi problemi. Che si fa, come ci si comporta? Il mio mestiere è capire come reagiscono le persone, soprattutto nel contesto economico e un imprenditore è una persona, che si trova immersa in un mondo d’impresa.

Ecco alcuni punti da considerare:
 

a) l’aspirante suicida ha già espresso un giudizio negativo su se stesso, non vedendo soluzioni. In realtà ci sono sempre molte opzioni, basta cercarle!
 

b) la pecca più grande degli imprenditori italiani d’oggi è non aver innovato il prodotto, cercato nuovi mercati di sbocco, svolto poca ricerca e sviluppo, essere troppo piccoli per potersi muovere. Tutto questo non è stato fatto, perché impegnati su troppe cose, in poco tempo, e la sera si torna a casa “distrutti”. Però va rilevato quanto, un capo d’azienda “svuotato delle sue energie alla sera”, sia una persona che non si è saputa organizzare, accentrando su di sé troppi aspetti. Quindi, entrando nel dettaglio, colui che pensa alla “soluzione finale” è solitamente un cattivo organizzatore. Se questo è uno dei punti tradizionalmente più scoperti di chi sta affrontando una profonda crisi è chiaro che il percorso d’aiuto passa per questa via.
 

c) Una persona in crisi va “mandata in vacanza”. Non basta, non va mai lasciata sola. A questo punto arrivano i guai! Se è vero che la soluzione alla crisi depressiva passa attraverso la compagnia con altri, va anche rilevata l’incapacità di coloro che tradizionalmente vivono con lui nel capire e saper immaginare cosa stia pensando e percependo. Chi legge queste righe non abbia dubbi: un suicida è un malato da guarire, ma lo è nella stessa misura chi è afflitto dalla noia (la noia come l’ansia sono delle malattie). Il punto ora è se sia possibile rivitalizzare, non tanto chi è in crisi, ma le persone che lo circondano (questa è la parte veramente difficile). In pratica servirebbe che tutti si rinnovassero su un nuovo livello di qualità di vita, “trascinando” con loro, chi è in crisi. Difficile a farsi, è vero, ma è anche certo che il suicida è solo l’espressione ultima, di un disagio profondo, che è affettivo quanto familiare, quindi lavorativo, spirituale e culturale;
 

d) Abbiamo trovate le parole magiche: carenza spirituale significa non saper guardare oltre se stessi, quindi manca la moralità, memoria e desiderio. Non solo, ma culturalmente c’è un deficit d’idee, concetti e opinioni (di quelle profonde). La compagnia abituale è scadente quanto monotona e l’ambiente geografico circostante, ha fatto il suo tempo.
 

e) Come esiste la primavera, anche nel mondo umano serve un periodico svecchiamento d’abitudini, stili, comportamenti. Questa rinascita dovrà coinvolgere l’intero gruppo umano intimo dell’imprenditore, il quale rischia di pagare per tutti, essendo la parte umana più esposta. In una parola serve una terapia di gruppo? Brutto da dirsi, ma concettualmente corretto. Più elegantemente serve la forza di voltar pagina, per essere migliori dentro.
 

Questi passaggi sono quelli tradizionali per recuperare una situazione drammatica. Normalmente “l’operatore”, ovvero colui che agisce, è bene sia un esterno a cui è “facile confidarsi”. Sarà importante che questo “angelo” poi si disimpegni, appena possibile.
Buon lavoro.

 

Giovanni Carlini, sociologo economista
 

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