Perché gli industriali lasciano l'Italia
Sulla sindrome da NIMBY (Not In My Back Yardil desiderio di consumare in agiatezza senza aver vicino casa stabilimenti di produzione, centrali elettriche, impianti petrolchimici) si scrive veramente molto, affrontando temi di questo tipo: è possibile lavorare in Italia? perché è in atto una fuga sia d’imprese nazionali che straniere? Veramente gli italiani hanno perso la passione del lavoro e soffrono solo di pretese, viziati da un agio che non meritano?
Molte delle analisi entrano nel dettaglio normativo, economico e politico raggiungendo anche la sfera strategica, dove la domanda fondamentale è: cosa sarà dell’Italia fra 5 anni?
Lo scopo di questo studio è invece diverso. Qui si vogliono approfondire le motivazioni comportamentali e caratteriali che generano questo disagio detto “sindrome da NIMBY”. Perché gli italiani dicono troppo spesso “no” a tutto e tutti, compresa l’apertura di stabilimenti che darebbero lavoro a persone che lo stanno per perdere? Per seguire questo percorso, bisogna tornare alle origini dello sfaldamento della società italiana., altrimenti non comprendiamo il senso di ciò che accade. L’aspetto storico è ora fondamentale.
Prima del Fascismo c’era lo stato Liberale e il Re, come punti di riferimento nella giovane società italiana. Indubbiamente, queste Istituzioni, non sono state adeguate, quindi hanno ceduto il passo al Regime Fascista, che effettivamente ha forgiato una Nazione. Chiusa l’era fascista, non si è avvicendato lo Stato democratico come recita la storia ufficiale, ma in realtà una miriade di partiti che hanno diviso gli italiani. Se prima la Nazione era costituita bene o male da “italiani”, dal 1946 in poi ci siamo ritrovati democristiani, quindi socialisti, alcuni comunisti, addirittura qualunquisti. Prima avevamo dei punti di riferimento (la Monarchia, lo Stato e il Regime) dopo ne siamo rimasti orfani, illudendoci che le diverse ideologie potessero forgiare il cittadino, ma così non è stato. Anzi, l’opposizione di sinistra non ha contribuito a formare lo Stato, ma ha cercato in tutti i modi di demolirlo, utilizzando anche il sindacato. L’azione di sabotaggio a tutti i livelli, condotta nel nome dell’opposizione politica (negli anni 50 la sinistra era ancora confusa tra rivoluzione e sovvertimento dello Stato borghese, mediante la rivoluzione) ha ovviamente inciso nella capacità di “fare Paese”, degli italiani, incrementando quella che oggi è la peste della società italiana: il nichilismo (contrapposizione artificiosa su tutto e tutti, attraverso il litigio, sia sul piano privato – vedi la conflittualità di coppia e i divorzi che ne derivano – che in ambito sociale, dove lo sconto ha più senso rispetto all’accordo)
Se il nichilismo è il veleno iniettato nella nostra società da un’opposizione confusa tra demolizione e costruzione dello Stato e i Governi, che si sono succeduti, non hanno saputo esprimere assetti culturali, arriviamo ai tardi anni Novanta, dove il crollo dei partiti e del sindacato (vedi tangentopoli) hanno definitivamente lasciato “l’italiano” solo a se stesso, in un vuoto totale d’esempi da seguire.
Oggi siamo tutti malati di IO, ovvero di presunzione, arroganza e ignoranza che s’esprime nel più crudo nichilismo. Una dinamica così lacerante, sul piano sociale, non c’è stata in Germania, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti, decisamente meno in Francia, mentre si sta affacciando da una decina d’anni in Spagna. Quindi l’Italia è un caso di studio a sé nel panorama europeo.Con questa premessa chiedersi perché gli imprenditori stranieri e italiani lasciano il nostro paese, diventa alquanto scontato.
Di fatto, tutti noi, non abbiamo esempi positivi e neppure sappiamo cercarli. Litighiamo e ci lamentiamo, anzi abbaiamo, ma nessuno ragiona, analizzando i diversi punti di vista per trovarne soluzioni. La stessa stampa “pubblica”, ma per leggere qualcosa e imparare, bisogna rivolgersi agli specialisti di lungo corso, perché i ragazzini che scribacchiano qualcosa, non riescono a vedere oltre. La crisi del 2008, ad esempio, chi l’ha prevista? Di studiosi, che hanno pubblicato qualcosa sul crollo dell’economia moderna già dal 2005, ce ne sono una cinquantina in tutto il mondo occidentale, gli altri si limitano a essere rialzisti o ribassisti, senza capire nulla di macroeconomia. A questo punto cosa fare? Serve una soluzione che dovrebbero offrire i politici o i filosofi. Comunque sia, in linea di massima si potrebbe partire dalle aziende per una “scuola morale” che ci insegni a essere cittadini, quindi parte di una comunità.
La scuola ha tradito il suo mandato, la politica anche, il mondo della cultura si è sporcato nella ideologizzazione, la famiglia, in assenza di modelli, è in crisi e la Chiesa ha scoperto, nell’importazione d’immigrati clandestini, un nuovo ruolo (perdendo poi i pezzi nella carenza di selezione per i suoi uomini) Resta il mondo dell’impresa. E’ in questo contesto che si potrebbe riannodare il gusto d’essere italiani, sapendo che l’Europa è un insieme di Nazioni con storie diverse. Buon lavoro.
Giovanni Carlini, sociologo economista





