L’era dell’incertezza

Diciamoci la verità: chi si fida più oggi delle previsioni economiche? Ma andiamo anche oltre: che senso hanno oggi queste previsioni? Basterebbe che i soloni dell’economia avessero l’umiltà di andare in una qualsiasi impresa, dove  la programmazione aziendale è di uno, due, tre mesi al massimo, per verificare con mano l’orizzonte temporale degli ordini per capire che azzardare percentuali è come tirare ai dadi. Non è un messaggio incoraggiante, si dirà, ma tant’è. Chi, invece, dovrebbe avere una visione più ampia è la politica. Perché se prevedere il futuro è impossibile, cercare di indirizzarlo cogliendone, almeno a grande linee, le direttrici di sviluppo, non lo è.

di Ermes Ferrari, responsabile Ufficio Studi e Ricerche Cna ModenaPrendiamo ad esempio la finanza: la contrazione del credito è evidente e nel 2013 sarà ancora peggiore, con le banche italiane costrette a reperire le risorse per rimborsare un’ottantina di miliardi di bond in scadenza.  Allora, perché non si individuano i mezzi tecnici per incoraggiare l’emissione di bond di distretti? Prendiamo l’export, visto che ormai è chiaro che solo i mercati esteri rappresentano una via di salvezza, e ricollochiamo il personale del settore pubblico, in quest’ottica di sostegno alle società che erogano questi servizi cercando di disseminare la cultura dell’internazionalizzazione. Prendiamo la scuola, in primis l’Università, che spesso rincorre le “mode” (vedi le facoltà di scienza della comunicazione, nate come funghi per rastrellare iscrizioni) anziché anticiparle, formando quei tecnici che servono davvero alle imprese per il loro sviluppo. Perché, parliamoci francamente, oggi gran parte di coloro che frequentano giurisprudenza piuttosto che economia rischiano di laurearsi in disoccupazione. Viviamo nell’era dell’incertezza, ma la politica ha il dovere di cercare di colmarla. Come hanno fatto, come stanno facendo quotidianamente le imprese.  Un lavoro lungo, paziente, magari poco appariscente, come i bambini che crescono in casa: non ti accorgi mai quanto siano diventati grandi. Imprese che sono uscite dai distretti modificando i loro processi produttivi, allargando la loro attività a settori innovativi sempre più strategici ed orientati all’export, crescendo sino a raggiungere quella dimensione di “multinazionale tascabile” che non è legata tanto a una qualifica quantitativa, quanto alla capacità di fare rete con i clienti o i fornitori, tirandosi dietro l’intera filiera, spesso localizzata sul suo territorio d’origine. Insomma, magari non ci sono più i distretti di una volta, ma ci sono imprese che rappresentano la punta di un iceberg al di sotto del quale sta una catena di subfornitori che si muove come un sol corpo. E tutto questo senza il benché minimo indirizzo economico, senza nemmeno l’ombra di un piano industriale nazionale, ma, al contrario, affrontando una corsa ad ostacoli, quegli ostacoli creati da una burocrazia sempre più asfissiante e vessatoria. Ecco, senza voli pindarici forse basterebbe questo: che  la “NUOVA” politica inizi a spazzare via i tanti lacci e laccioli che ingessano le imprese. Perché, nell’era dell’incertezza, in gioco ci sono “soltanto” le speranze di sopravvivenza del Paese.

 

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