Piccoli, ma non stupidi

di Ermes Ferrari

A leggere le statistiche viene da chiedersi perché le si fanno, se poi non se ne considerano le implicazioni. Prendiamo per esempio i numeri dell’occupazione: ormai è assodato che siano le piccole imprese quelle che danno lavoro. È nelle aziende sino a 49 dipendenti, infatti, che lavora, decimale più decimale meno, il 68% degli occupati italiani. Non solo: le imprese che contribuiscono maggiormente all’occupazione giovanile sono proprio le più piccole. Sono state le aziende sino a 15 dipendenti ad aver assunto, secondo Fondazione Impresa, quasi il 60% dei giovani che hanno trovato un’occupazione nel 2012, tanto che l’incidenza delle nuove assunzioni di giovani sul totale dei giovani occupati è del 10,9% nelle piccole imprese contro il 5,5% nelle grandi industrie. Malgrado tutto ciò, si continua a considerare la diffusione della piccola impresa come un elemento di arretratezza della nostra economia e così le analisi economiche – e spesso tutti i provvedimenti governativi – si concentrano sull’industria. Allo stesso modo i giornali raccontano di Fiat e Alitalia, di Telecom e di Barilla, dimenticandosi di tutto il resto. Dimenticandosi, tanto per dire, che secondo Sace (il gruppo finanziario-assicurativo di sostegno all’export), nel triennio 2014-2016 a tirare l’export nostrano non saranno solo le imprese a «marchio», quello del made in Italy in senso stretto (cioè abbigliamento, arredamento, alimentare), ma piuttosto le attività estrattive, la chimica, i produttori di gomme e plastiche, le industrie che lavorano il metallo, la meccanica strumentale, le apparecchiature elettriche. Tutta «roba» da piccola impresa, da aziende di subfornitura, abituate a lavorare in filiera (magari anche al di fuori dei nostri confini). È il campo delle catene globali del valore, un terreno sul quale le piccole e medie imprese italiane sanno muoversi come poche altre. Per loro il marketing – ma non la funzione commerciale, attenzione – non è decisivo, la distribuzione all’estero può essere curata con i partner, ma si tratta di imprese che posseggono comunque una specializzazione tale da permettere loro di non temere la concorrenza di prezzo di realtà provenienti da Paesi a basso costo del lavoro. Hanno una clientela consolidata che va spesso il mero rapporto commerciale e, più che produrre, risolvono problemi. Un sistema che studiosi – quasi esclusivamente stranieri, salvo rare eccezioni come Aldo Bonomi e Stefano Micelli, per fare solo un paio di nomi – hanno cercato a fondo di esaminare, sia da un punto di vista sociale che economico, per capire come sia nato e, soprattutto, come possa essere replicato. Un sistema, per farci capire, addirittura portato per esempio di eccellenza da Bill Clinton durante un G20. Questa rete di piccole e medie imprese, in assenza di un sostegno esterno, gli strumenti per resistere hanno dovuto inventarseli da sole. I consorzi fidi, per esempio, che fino al 2007 erano considerati dal mondo finanziario qualcosa di obsoleto, che puzzava di vecchio, poco dignitoso, come le tute di quegli artigiani che negli anni settanta e ottanta quelle stesse aziende le avevano fatte nascere. Oggi, invece, nell’epoca del credit crunch, questi stessi consorzi sono vitali per l’accesso al credito delle pmi. È da esempi come questo che si capisce che gli imprenditori della subfornitura saranno anche piccoli, ma non per questo sono stupidi. Ebbene, quando il mondo bancario e quello politico, l’università come i media, si saranno accorti di tutto questo, sarà un bene per tutti. Sperando, come al solito, che non sia troppo tardi.

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